CONTRIBUTI OMESSI; DEPENALIZZAZIONE RETROATTIVA

Contributi omessi, depenalizzazione retroattiva

La depenalizzazione sul mancato versamento dei contributi ai lavoratori si applica retroattivamente se non c’è ancora un giudizio: sentenza di Cassazione.

L’omesso versamento di ritenute previdenziali e assistenziali sulle retribuzioni dei dipendenti è stato depenalizzato: resta reato penale solo oltre la soglia dei 10mila euro, per somme inferiori si rischia solo una sanzione amministrativa. La nuova legge si applica retroattivamente ai contributi omessi prima dell’entrata in vigore ma non ancora definiti in sede processuale. La Corte di Cassazione recepisce le novità normative nella sentenzan.35589 del 29 agosto 2016.

Il reato è stato riformulato dalla legge 8/2016, che ha riscritto il comma 1 bis dell’articolo 2 del decreto legge 463/1983 nel seguente modo:

l’omesso versamento delle ritenute, per un importo superiore a 10mila euro annui, è punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa fino a euro 1.032. Se l’importo omesso non è superiore a 10mila euro annui, si applica sanzione amministrativa pecuniaria da 10mila a 50mila euro. Il datore di lavoro non è punibile, né assoggettabile a sanzione amministrativa, quando provvede al versamento delle ritenute entro tre mesi dalla contestazione o dalla notifica dell’avvenuto accertamento della violazione».

Ne consegue che:

«costituiscono ancora reato le condotte di omesso versamento delle ritenute operate che superano, nell’arco temporale dell’anno, l’importo di 10milo euro, che deve essere considerato come soglia di punibilità di un reato che la legge di depenalizzazione ha rimodulato. Con la precedente normativa, invece, il reato era integrato dal mancato versamento mensile delle ritenute operate, indipendentemente dall’entità dell’importo non versato, la penna prevista era sempre la reclusione fino a tre anni, oltre a una multa, e anche prima la norma prevedeva la non punibilità del datore di lavoro che versa il dovuto entro tre mesi dalla contestazione o dalla notifica».

Nel caso esaminato, il reato era avvenuto prima dell’entrata in vigore della nuova legge, che però è retroattiva:

«ai sensi dell’articolo 8 del dlgs 8/2016, le disposizioni del decreto che sostituiscono sanzioni penali con sanzioni amministrative si applicano anche alle violazioni commesse anteriormente alla data di entrata in vigore del decreto stesso, sempre che il procedimento penale non sia stato definito con sentenza o con decreto divenuti irrevocabili».

In quest’ultimo caso, «provvederà il giudice dell’esecuzione alla revoca della sentenza o del decreto sicché, ai sensi del successivo articolo 9 dlgs 8/2016, deve farsi luogo alla trasmissione, all’autorità amministrativa competente all’irrogazione della sanzione, degli atti dei procedimenti penali relativi ai reati trasformati in illeciti amministrativi, salvo che il reato risulti prescritto o estinto per altra causa alla medesima data».

Contributi INPS non versati, la depenalizzazione

Niente sanzioni penali per omesso versamento di contributi INPS fino a 10mila euro: nuove regole di depenalizzazione e procedura operativa.

Il mancato pagamento di contributi previdenziali fino a 10mila euro diventa semplice reato amministrativo, sopra questa cifra resta reato penale con reclusione fino a tre anni e multa fino a 1.032 euro: sono i punti fondamentali della depenalizzazione di cui all’articolo 3, comma 6, del decreto legislativo 8/2016, che va a modificare l’articolo 2, comma 1-bis, del decreto legge 463/1983. Sulle modalità attuative del nuovo quadro normativo interviene l’INPS con la circolare 121/2016.

La precedente normativa prevedeva reclusione e multa per:

«qualsiasi condotta illecita del datore di lavoro che operasse le ritenute previdenziali previste dalla legge sulle retribuzioni senza provvedere al dovuto versamento all’INPS. Siffatta strutturazione giuridica – sottolinea l’istituto previdenziale -, ha comportato un appesantimento del carico di lavoro degli organi giudiziari, accentuatosi in tempi di crisi economica, anche a fronte di somme non versate di esigua entità».

La nuova norma opera dunque distinguo legato al valore dell’omissione (10mila euro annui). Se la somma non versata è di importo inferiore, scattano sanzioni da 10mila a 50mila euro.

Ad ogni modo, come chiarisce la circolare INPS, se il datore di lavoro che riceve lanotifica di violazione provvede entro tre mesi a versare il dovuto non si applicano sanzioni, in «una logica di attenuazione della punizione in presenza di un comportamento attivo del datore di lavoro».

Importante il punto relativo alla retroattività delle nuove sanzioni, prevista dall’articolo 8del decreto: la sostituzione di sanzioni penali con sanzioni amministrative si applica «anche alle violazioni commesse anteriormente alla data di entrata in vigore del decreto (il 6 febbraio 2016), sempre che il procedimento penale non sia stato definito, con sentenza o con decreto divenuti irrevocabili».

Se invece il reato depenalizzato è già stato oggetto di sentenza di condanna o decreto irrevocabili alla data del 6 febbraio 2016, la legge prevede che il giudice dell’esecuzione revochi la sentenza o il decreto,

«dichiarando che il fatto non è previsto dalla legge come reato e adotta i provvedimenti conseguenti».

Se c’è un procedimento in corso non ancora definito, l’autorità giudiziaria aveva 90 giorni dal 6 febbraio (6 maggio) per trasmettere gli atti all’autorità amministrativa, la quale ha altri 90 giorni (6 agosto) per inviare la notifica agli interessati. Il termine sale a 370 giorni per i residenti all’estero (che quindi potrebbero ricevere le notifiche far un anno).

Per la determinazione della soglia dei 10mila euro si considera l’anno civile (dal primo gennaio al 31 dicembre): quindi, i versamenti che concorrono alla determinazione della soglia di 10mila euro, sono quelli relativi al mese di dicembre dell’anno precedente all’annualità considerata (da versare entro il 16 gennaio) fino a quelli relativi al mese di novembre dell’annualità considerata (da versare entro il 16 dicembre).

Per le violazioni amministrative il procedimento è il seguente: il contribuente riceve una notifica di accertamento che costituisce l’avvio del procedimento sanzionatorio. Ha 30 giorni per presentare scritti difensivi e documenti, o fare richiesta di audizione. Se il datore di lavoro effettua il versamento delle somme dovute entro tre mesi, non si applicano sanzioni. Ci sono poi altri 60 giorni per procedere con ravvedimento operoso, pagando una sanzioni ridotta a un terzo del massimo (16mila 666 euro, un terzo del massimo previsto di 50mila euro). Se dopo la notifica non succede nulla, scatta il procedimento di emissione dell’ordinanza di ingiunzione per l’irrogazione della sanzione amministrativa pecuniaria da 10mila a 50mila euro.

Per i mancati versamenti oltre 10mila euro, che possono dar luogo a sanzioni penali fino a 3 anni, al datore di lavoro viene inviata notifica di avvenuto accertamento della violazione e ci sono tre mesi di tempo per pagare il dovuto mettendosi in regola e non rischiando più sanzioni.

Contributi INPS omessi: validità della prescrizione

I contributi non versati vanno in prescrizione dopo dieci anni invece che dopo cinque se il lavoratore sporge denuncia generica all’INPS: sentenza della Cassazione.

Per l’omissione del versamento dei contributi INPS, la prescrizione del pagamento è pari a 10 anni purché il lavoratore sporga una semplice denuncia generica all’Istituto. Lo afferma la Corte di Cassazione (sentenza n. 24946 del 10 dicembre 2015), analizzando il caso di un’azienda che aveva pagato in nero alcuni straordinari omettendo il versamento dei relativi contributi.

Prescrizione

Inizialmente il Tribunale aveva applicato la prescrizione quinquennale per tutti i contributi SSN e quella decennale a quelli di un singolo lavoratore. In seconda istanza, la Corte d’Appello aveva applicato la prescrizione breve e condannato la società al pagamento dei relativi contributi omessi.

Proponendo ricorso, l’INPS sosteneva che il calcolo della Corte per definire gli importi aveva erroneamente ritenuto quinquennale la prescrizione dei crediti contributivi per lo straordinario durante la CIG di alcuni lavoratori, decennale nel caso del singolo lavoratore che aveva specificato di aver prestato lavoro straordinario in nero durante tutto il rapporto di lavoro.

Denuncia

La Cassazione ha accolto il ricorso sottolineando che la Legge 335/1995 riduce a cinque anni la prescrizione delle contribuzioni di previdenza e assistenza sociale obbligatoria, salvi i casi di denuncia dei lavoratore e dei suoi superstiti: in questo caso il termine è didieci anni. Basta dunque che il lavoratore abbia presentato unapropria segnalazione all’INPS, relativa all’omissione contributiva del datore di lavoro, non essendo posto a suo carico alcun obbligo di notificare la denuncia anche al datore stesso.

La sentenza 23 gennaio 2006, n. 1264 ha poi aggiunto che la ratio legis non consente di limitare la prescrizione lunga all’oggetto specifico della denuncia, essendo sufficiente che il lavoratore si dolga, nei confronti di un determinato datore di lavoro, dell’inosservanza degli obblighi di legge, domandando così un intervento degli organi deputati al controllo. La denuncia, indipendentemente dai suoi contenuti (maggiore o minore specificazione delle omissioni, imputazione a determinati periodi), è il fatto che impedisce la riduzionedel termine di prescrizione: non a caso il legislatore si è riferito alla “denuncia del lavoratore o dei suoi superstiti”, senza ulteriori precisazioni e giustificazioni.

Depenalizzazione reati sul lavoro: la guida

Guida alla depenalizzazione dei reati sul lavoro: nuove multe, regole depenalizzazione, eccezioni ed esempi contenuti nella circolare del Ministero.

Sono in vigore, dallo scorso 6 febbraio, le nuove sanzioni amministrative previste per i reati sul lavoro (lavoro abusivo, distacco illecito, irregolarità somministrazione) che sono stati depenalizzati dal decreto legislativo 8/2016: in pratica, tutte le violazioni che non prevedono risvolti penali, non costituiscono più reato e sono soggette alla sola sanzione amministrativa. Tutte le disposizioni operative per l’applicazione di questa normativa sono contenute nella circolare 6/2016 del ministero del Lavoro. Vediamole.

La depenalizzazione riguarda le violazioni che sono punite solo con multa o ammenda, e quelle che prevedono la pena detentiva solo nelle ipotesi aggravate: in quest’ultimo caso, la violazione non è più reato, mentre l’ipotesi aggravante costituisce una fattispecie autonoma di reato, con la conseguente applicazione delle sanzioni penali. Tutti i reati relativi al rapporto di lavoro che sono invece inclusi nel codice penale, restano tali, e sono esclusi dalla depenalizzazione, con alcune eccezioni:

  • atti contrari alla pubblica decenza compiuti in luogo pubblico o aperto al pubblico: in questo caso, il Dlgs 8/2016 prevede una multa da 5mila a 10mila euro, sostituendo la precedente disposizioine dell’articolo 726 del codice penale;

  • reati previsti dal testo unico sull’immigrazione (dlgs 286/1998);

  • una serie di reati elencati nell’allegato al dlgs, relativi a edilizia e urbanistica, alimenti e bevande, salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, sicurezza pubblica, armi ed esplosivi, elezioni e finanziamento ai partiti, proprietà intellettuale e industriale.

Qui c’è una precisazione importante contenuta nella circolare del ministero del Lavoro: come indicato, fra i reati per i quali non è prevista depenalizzazione ci sono quelli relativi alla tutela e sicurezza nei luoghi di lavoro (dlgs 81/2008). Anche se questi reati sono puniti con la sola pena pecuniaria, conservano natura penale.

In tutti gli altri casi, non c’è più reato penale, ma si applicano solo le sanzioni amministrative nella seguente misura:

  • da 5mila a 10mila euro per i reati precedentemente puniti con la multa o l’ammenda non superiore a 5mila euro;

  • da 5mila a 30mila euro per i reati puniti con la multa o l’ammenda fino a 20mila euro;

  • da 10mila a 50mila euro per i reati puniti con la multa o l’ammenda superiore a 20mila euro;

  • per i reati che non prevedono tetti massimi, ma una pena pecuniaria proporzionale, la somma resta pari alla multa o ammenda ma non può essere inferiore a 5mila euro o superiore a 50mila euro.

Quindi, come si vede, i reati sul lavoro depenalizzati prevedono nuove sanzioni che possono andare da un minimo di 5mila a un massimo di 50mila euro. La pena applicabile, però dipende dal momento in cui è stata commessa la violazione: se anteriormente o successivamente al 6 febbraio 2016 (data di entrata in vigore delle nuove sanzioni).

Violazione commesse prima del 6 febbraio 2016

La normativa è contenuta negli articoli 8 e 9 del Dlgs 8/2016. Se la violazione è stata commessa prima del 6 febbraio scorso, ma non c’è ancora sentenza o altro decreto irrevocabile, si applica la riforma, quindi le nuove sanzioni depenalizzate. In questo caso, quindi, specifica la circolare del ministero del Lavoro, c’è applicazione retroattiva delle sanzioni amministrative. Attenzione: in base al principio del “favor rei” (applicazione della legge più favorevole all’imputato), in questi casi non può essere decisa una sanzione pecuniaria superiore a quelle massime previste originariamente.

L’articolo 9 spiega nel dettaglio quale prassi bisogna seguire: entro 90 giorni dal 6 febbraio, entrata in vigore del dlgs, l’autorità giudiziaria trasmette gli atti alla DTL(direzione territoriale del lavoro) competente. Se l’azione penale non è ancora stata esercitata, la trasmissione degli atti è effettuata dal pubblico ministero. Se invece l’azione penale è già stata esercitata, il giudice pronuncia sentenza di non luogo a procedere, e trasmette gli atti alla DTL.

Ricevuta questa comunicazione, la DTL ha altri 90 giorni di tempo per comunicare all’interessato la nuova quantificazione della sanzioni. Atteznione: nel rispetto della norma sopra citata del favor rei, quando l’originaria sanzione prevedeva un minimo e un massimo, la nuova quantificazione sarà la più favorevole possibile, quindi sarà effettuata in base all’articolo 16 della legge 689/1981 (un terzo della sanzione massima o, se più favorevole, il doppio del minimo).

Se il procedimento penale invece si è già concluso, deve essere il giudice a revocare la sentenza o il decreto, dichiarando che il fatto non è previsto dalla legge come reato, e prendendo poi i provvedimenti conseguenti.

Queste regole relative al regime transitorio valgono anche nei casi in cui il procedimento si sia già concluso entro il 6 febbraio, ma senza notifica del verbale di ottemperanza, oppure, anche se è stato notificato il verbale, non è ancora stato eseguito il pagamento.

Illeciti commessi dopo il 6 febbraio 2016

In questi casi, si applicano gli articoli da 1 a 6 del decreto, quindi le sanzioni amministrative sopra esposte (da 5mila a 50mila euro). Si preferiscono sempre le migliori condizioni previste dall’articolo 16 della legge 689/1981. Qualche esempio:

  1. violazione delle regole sul lavoro in somministrazione (articolo 18, commi 1 e 2, Dlgs 273/2003): la norma originaria prevedeva un’ammenda da 50 euro per ogni lavoratore e per ogni giornata di lavoro. In caso di violazione relativa a un solo lavoratore per dieci giorni, quindi si pagavano 500 euro. Oggi invece, bisogna applicare la sanzione minima di 5mila euro, ridotta di un terzo in base al favor rei: quindi, 1666,67 euro. Se invece la sanzioni risultante dal calcolo in base alla norma originaria supera i 5mila euro (esempio, dieci lavoratori per 15 giornate, per un totale di 7mila 500 euro), si procede alla riduzione di un terzo, pagando 2mila 500 euro.

  2. Omessa assunzione lavoratore privo di vista avviato al lavoro di massaggiatore o masso fisioterapista (articolo 4, legge 686/1961): in questo caso, la legge originaria prevede un limite minimo e un limite massimo (fra 2 e 12 euro per lavoratore per ciascuna una giornata). Si applica il favor rei (in pratica, 4 euro per lavoratore per ciascuna giornata). Se il risultato è inferiore ai 5mila euro, si paga un terzo di questa cifra, quindi 1666, 67 euro, se invece il rislutato è superiore a 5mila euro, si divide per tre.

Altri casi di depenalizzazione

Oltre a tutti i casi previsti e sopra esposti, ci sono altri reati a cui si applica la depenalizzazione (sostituzione condonna penale con sanzione amministrativa), elencati nell‘articolo 3 del decreto. Fra queste, si segnala l’omesso versamento di ritenute previdenziali e assistenziali (articolo 2, comma 1-bis, dl 463/1983). Se l’importo dei mancati versamenti (che riguarda dipendenti o collaboratori iscritti alla gestione separata), supera i 10mila euro, continua ad applicarsi la sanzione penale (reclusione fino a tre anni e multa fino a 1032 euro). Se invece l’importo non versato è inferiore a 10mila euro, scatta la depenalizzazione, e si applica solo la sanzione amministrativa da 5mila a 10mila euro.

Contributi INPS omessi: validità della prescrizione

I contributi non versati vanno in prescrizione dopo dieci anni invece che dopo cinque se il lavoratore sporge denuncia generica all’INPS: sentenza della Cassazione.

Per l’omissione del versamento dei contributi INPS, la prescrizione del pagamento è pari a 10 anni purché il lavoratore sporga una semplice denuncia generica all’Istituto. Lo afferma la Corte di Cassazione (sentenza n. 24946 del 10 dicembre 2015), analizzando il caso di un’azienda che aveva pagato in nero alcuni straordinari omettendo il versamento dei relativi contributi.

Prescrizione

Inizialmente il Tribunale aveva applicato la prescrizione quinquennale per tutti i contributi SSN e quella decennale a quelli di un singolo lavoratore. In seconda istanza, la Corte d’Appello aveva applicato la prescrizione breve e condannato la società al pagamento dei relativi contributi omessi.

Proponendo ricorso, l’INPS sosteneva che il calcolo della Corte per definire gli importi aveva erroneamente ritenuto quinquennale la prescrizione dei crediti contributivi per lo straordinario durante la CIG di alcuni lavoratori, decennale nel caso del singolo lavoratore che aveva specificato di aver prestato lavoro straordinario in nero durante tutto il rapporto di lavoro.

Denuncia

La Cassazione ha accolto il ricorso sottolineando che la Legge 335/1995 riduce a cinque anni la prescrizione delle contribuzioni di previdenza e assistenza sociale obbligatoria, salvi i casi di denuncia dei lavoratore e dei suoi superstiti: in questo caso il termine è didieci anni. Basta dunque che il lavoratore abbia presentato unapropria segnalazione all’INPS, relativa all’omissione contributiva del datore di lavoro, non essendo posto a suo carico alcun obbligo di notificare la denuncia anche al datore stesso.

La sentenza 23 gennaio 2006, n. 1264 ha poi aggiunto che la ratio legis non consente di limitare la prescrizione lunga all’oggetto specifico della denuncia, essendo sufficiente che il lavoratore si dolga, nei confronti di un determinato datore di lavoro, dell’inosservanza degli obblighi di legge, domandando così un intervento degli organi deputati al controllo. La denuncia, indipendentemente dai suoi contenuti (maggiore o minore specificazione delle omissioni, imputazione a determinati periodi), è il fatto che impedisce la riduzionedel termine di prescrizione: non a caso il legislatore si è riferito alla “denuncia del lavoratore o dei suoi superstiti”, senza ulteriori precisazioni e giustificazioni.

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