NOVITA': infortuni, Sentenze Corte Cassazione, Sentenza CEDU, controlli malattie, settima salvaguardia, lav. domestici

 

Infortunio “in itinere” in bicicletta e sua indennizzabilità

La legge n. 221/2015, concernente “Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali” (G.U. n.13/2016), in vigore dal 2 febbraio 2016, contiene tra le varie disposizioni una che interessa in particolare la nostra attività di patronato: l’infortunio in itinere verificatosi in bicicletta e la sua indennizzabilità.

 

L’art. 5, “Disposizioni per incentivare la mobilità sostenibile”, della legge stanzia la quota di 35 milioni di euro destinata al programma sperimentale nazionale di mobilità sostenibile casa-scuola e casa-lavoro per finanziare progetti riferiti a un ambito territoriale con popolazione superiore a 100.000 abitanti, per la realizzazione di percorsi protetti per gli spostamenti, anche collettivi e guidati, tra casa e scuola, a piedi o in bicicletta, limitando il traffico e l’inquinamento.

 

Ai commi 4 e 5 – e questa è la disposizione che ci riguarda ai fini della tutela nei casi di “infortunio in itinere” – si prevede (ad integrazione della disciplina di cui al DPR n. 1124/65) che l’uso della bicicletta deve, per i positivi riflessi ambientali, intendersi “sempre necessitato”.

In sostanza l’infortunio verificatosi durante il tragitto di andata e ritorno dal luogo di abitazione a quello di lavoro, se avvenuto in bicicletta, è indennizzabile dall’Inail, proprio perché il suo uso è ritenuto “sempre necessitato”.

Considerata questa disposizione certamente innovativa, restiamo in attesa delle opportune indicazioni Inail.

Si ricorda che l’infortunio in itinere è stato regolamentato dall’art. 12 del D.Lgs. n. 38/2000, secondo il quale è riconosciuto anche se viene utilizzato un mezzo di trasporto privato, purché “necessitato”, durante il normale tragitto casa-lavoro o da diversi luoghi di lavoro, se il lavoratore ha più rapporti di lavoro, e, qualora non sia presente il servizio di mensa aziendale, durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di lavoro a quello di consumazione abituale dei pasti. L’infortunio in itinere non è ricompreso nell’assicurazione in caso di interruzione o deviazione del tutto indipendenti dal lavoro o comunque non necessitate (per legge si intendono necessitate quando sono dovute a cause di forza maggiore, ecc.).

Sulla definizione di “necessitato” e “necessitate” ci si avvale in ogni caso dell’orientamento giurisprudenziale ed in particolare del “criterio della “ragionevolezza” attraverso il quale vengono salvaguardate le esigenze umane e familiari del lavoratore costituzionalmente garantite, conciliandole con i doveri derivanti dal rapporto di lavoro. A riguardo l’Inail, con circolare n. 62/2014, precisava che avrebbe valutato ammissibile ai fini della tutela assicurativa l’infortunio occorso al lavoratore nel tragitto casa-lavoro, interrotto o deviato per accompagnare il proprio figlio a scuola, previa verifica della necessità dell’uso del mezzo privato.

Questa la disciplina attualmente in vigore che dal 2 febbraio dovrà tenere conto di quanto disposto dalla legge n. 221/2015.

Corte di Cassazione: sicurezza sul lavoro

Si segnalano due sentenze della Corte di Cassazione sull’obbligo del datore di lavoro, ai sensi dell’art. 2087 cod. civ., di assicurare condizioni di lavoro sicure.

 

Assenza di condizioni di sicurezza e rifiuto della prestazione lavorativa

La Corte di Cassazione, con la sentenza del 19 gennaio 2016 n. 836, ribadisce che la mancata adozione delle misure di prevenzione e sicurezza da parte del datore di lavoro legittima i lavoratori a non eseguire la prestazione, conservando il diritto alla retribuzione.

Il caso specifico riguarda dei lavoratori, addetti all’assemblaggio delle portiere delle auto, che, a causa della ripetuta caduta di diverse portiere, si erano rifiutati di proseguire il lavoro sino a quando l’azienda automobilistica non avesse adempiuto agli obblighi in materia di sicurezza. Dopo i primi interventi urgenti di riparazione, gli operai erano tornati al lavoro, ma l’azienda aveva addebitato loro la retribuzione corrispondente al fermo di un’ora e 45 minuti, qualificando il rifiuto della prestazione come sciopero. Mentre il Tribunale rigettava il ricorso dei dipendenti, la Corte di Appello condannava la società a pagare le somme trattenute.

Con questa sentenza la Cassazione rigetta il ricorso dell’azienda ribadendo “che il datore di lavoro è obbligato ai sensi dell’art. 2087 c.c. ad assicurare condizioni di lavoro idonee a garantire la sicurezza delle lavorazioni ed è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro.”. In caso di violazione di tale obbligo non solo è legittimo il rifiuto del lavoratore di eseguire la propria prestazione, ma costui conserva, al contempo, il diritto alla retribuzione in quanto non possono derivargli conseguenze sfavorevoli in ragione della condotta inadempiente del datore di lavoro.

Infarto del casellante dopo una rapina e risarcimento dall’azienda

Ancora nell’ambito della disciplina di cui all’art. 2087 cod. civ. che prevede un generale “dovere di sicurezza” a carico del datore di lavoro, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 34 del 5 gennaio, condanna la società datrice di lavoro al risarcimento del danno ad un casellante per infarto del miocardio e per la conseguente patologia cardiaca, verificatisi due mesi e mezzo dopo la rapina subita durante l’attività lavorativa.

Il lavoratore aveva denunciato l’evento dannoso come ascrivibile alla condotta della società datrice di lavoro, che non aveva approntato le “giuste cautele” per preservare l’integrità dei lavoratori addetti all’esazione del pedaggio, facendolo risalire allo stress lavorativo protrattosi nel tempo dopo la rapina.

La Corte ribadisce la propria giurisprudenza secondo cui la prova liberatoria a carico del datore di lavoro è generalmente correlata alla quantificazione della misura della diligenza ritenuta esigibile, nella predisposizione delle indicate misure di sicurezza, imponendosi, di norma, al datore di lavoro l’onere di provare l’adozione di comportamenti specifici che, ancorché non risultino dettati dalla legge (o altra fonte equiparata), siano suggeriti da conoscenze sperimentali e tecniche, dagli standard di sicurezza normalmente osservati.

Pertanto, la società che non prova di aver fornito strumenti volti a garantire la sicurezza ai casellanti deve risarcire il danno biologico al dipendente che abbia subito un danno.

Sentenza Cedu. Risarcimento danni trasfusioni

La Corte europea dei diritti umani, con la sentenza di gennaio 2016, interviene nuovamente sull’annoso problema del sangue infetto, condannando lo Stato italiano a risarcire centinaia di cittadini infettati da vari virus (HIV, epatite B e C) attraverso trasfusioni per trattamenti curativi o interventi chirurgici, per risarcimenti di circa 20 milioni di euro.

I ricorrenti alla Corte di Strasburgo, sia le persone danneggiate sia gli eredi di quelle decedute, titolari di un diritto di indennizzo previsto dalla legge 210/1992, lamentavano la lunghezza del procedimento di indennizzo o la conciliazione amichevole dei loro casi, nonché la ritardata esecuzione di alcune sentenze di condanna al risarcimento dei danni.

Con questa sentenza la Corte europea ritiene che la legislazione italiana è sufficiente, ma che i procedimenti per ottenere il risarcimento dei danni hanno avuto tempi troppo lunghi che comportano la condanna dello Stato per danni morali, in quanto sono stati violati alcuni diritti della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, in particolare dell’articolo 2 sul diritto alla vita e del diritto ad un risarcimento in tempi ragionevoli.

D’altra parte, sempre secondo la Corte, la procedura di “equa riparazione” (art. 27 bis della legge n. 114/2014), ai fini della soluzione transattiva per una composizione bonaria del contenzioso dei casi, costituisce un rimedio interno idoneo a sanare i ritardi lamentati. Infine, qualifica come “non eccessivamente lungo” il termine previsto per la conclusione dell’equa riparazione ovvero il 31 dicembre 2017.

In relazione alla decisione della Cedu il Ministero della salute, in una nota del 14 gennaio, precisa che la Corte, pur avendo riconosciuto per tutti quei casi risalenti agli anni ’90 la violazione delle disposizioni della Convenzione europea dei diritti dell’uomo relativamente al diritto ad un equo processo ed ad un ricorso effettivo, ha affermato che la procedura di cui all’art. 27-bis del decreto-legge n. 90/2014 …che riconosce ai soggetti danneggiati, a titolo di equa riparazione, una somma di denaro determinata nella misura di euro 100.000, costituisce un rimedio interno, del tutto compatibile con le previsioni della Convenzione e in grado di assicurare un adeguato ristoro ai soggetti danneggiati.

Lav. privati: esenzione visite controllo per gravi malattie

Anche i lavoratori del settore privato sono esonerati dal rispetto delle fasce orarie di reperibilità in caso di malattia, se affetti da patologie gravi, così come avviene per i dipendenti pubblici.

È stato infatti pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 16 del 21/01/2016 l’atteso decreto del Ministero del lavoro del 11 gennaio 2016 che, apportando modifiche e integrazioni al decreto 15 luglio 1986, dispone che i lavoratori dipendenti dai datori di lavoro privati siano esclusi dall’obbligo di reperibilità per le visite mediche di controllo, quando l’assenza è dovuta ad una delle seguenti circostanze:

  1. a) Patologie gravi che richiedono terapie salvavita, che devono risultare da idonea documentazione, rilasciata dalle competenti strutture sanitarie, che attesti la natura della patologia e la specifica terapia salvavita da effettuare;
  2. b) Stati patologici sottesi o connessi alla situazione di invalidità riconosciuta che deve aver determinato una riduzione della capacità lavorativa, nella misura pari o superiore al 67%.

Le nuove disposizioni sono entrate in vigore il 22 gennaio 2016.

Si ricorda che il Decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 151 sulle Semplificazioni (in attuazione del Jobs Act) all’art. 25 ha introdotto l’esclusione da tale obbligo per i privati in caso di malattia grave, attraverso l’emanazione di apposito decreto ministeriale, ora pubblicato.

Pertanto i lavoratori privati, qualora ricorrano le specifiche condizioni di cui al DM, non avranno più l’obbligo della reperibilità dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 17.00 alle 19.00 di tutti i giorni della settimana.

Eventuali osservazioni e precisazioni dopo le necessarie circolari esplicative anche da parte dell’Inps.

 

Salvaguardia: domande entro il 1° marzo 2016

I lavoratori interessati dalla Settima salvaguardia esodati devono presentare domanda - alle DTL competenti o all’Inps – entro il termine perentorio del 1° marzo 2016.

La Settima salvaguardia, disciplinata dalla legge 28 dicembre 2015, n. 208 (Legge di stabilità 2016),interessa complessivamente una platea di 26.300 soggetti.

Nello schema seguente sono indicate le tipologie di lavoratori che hanno diritto ad accedere ai benefici, per i quali, ricordiamo, si applicano le regole di pensionamento in vigore prima della Riforma Fornero del 2011.

Lavoratori che devono presentare l’istanza all’Inps, entro la data del 1° marzo 2016:

  1. Lavoratori collocati in mobilità ovvero in trattamento speciale edile.
  2. Lavoratori autorizzati alla prosecuzione volontaria prima del 4 dicembre 2011 con almeno un contributo volontario accreditato/accreditabile al 6/12/2011.
  3. Lavoratori autorizzati alla prosecuzione volontaria prima del 4 dicembre 2011 che non possono far valere almeno un contributo volontario accreditato/accreditabile al 6/12/2011.

Lavoratori che devono presentare la domanda – entro il 1° marzo 2016 – alle DTL competenti:

  1. Lavoratori cessati in ragione di accordi individuali o in applicazione di accordi collettivi di incentivazione all’esodo.
  2. Lavoratori il cui rapporto di lavoro è cessato per risoluzione unilaterale nel periodo 1° gennaio 2007/31 dicembre 2011.
  3. Lavoratori in congedo straordinario nell’anno 2011 per assistere figli con disabilità grave.
  4. Lavoratori con contratto di lavoro a tempo determinato cessati tra il 1° gennaio 2007 e il 31 dicembre 2011.

Tranne che per i lavoratori indicati al punto 1 del precedente elenco, i requisiti anagrafici e/o contributivi, previsti dalla norma ante legge Fornero, devono essere perfezionati in data utile da comportare la decorrenza del trattamento pensionistico entro il 6 gennaio 2017 (esclusivamente per il comparto Scuola la decorrenza richiesta è entro il 1° settembre 2016).

Verifica se rientri nelle condizioni per poter fruire della Settima salvaguardia!

Lavoratori domestici: contributi per il 2016

L’Inps con la circolare n. 16 del 29 gennaio 2016, comunica che, per l’anno 2016, sono state confermate le fasce di retribuzione, pubblicate con la circolare n. 12 del 23 gennaio 2015, su cui calcolare i contributi dovuti per l’anno 2016 per i lavoratori domestici.

Contributi previdenziali

 LAVORATORI DOMESTICI ITALIANI E STRANIERI – 2016

Senza contributo addizionale (comma 28, art.2 L. 92/2012)

RETRIBUZIONE ORARIA IMPORTO CONTRIBUTO ORARIO
Effettiva Convenzionale Comprensivo quota CUAF Senza quota CUAF (*)
Fino a 7,88 euro 6,97 euro 1,39 euro (0,35) ** 1,40 euro (0,35) **
Oltre 7,88 euro e fino a 9,59 euro 7,88 euro 1,57 euro (0,39) ** 1,58 euro (0,39) **
Oltre 9,59 euro 9,59 euro 1,91 euro (0,46) ** 1,93 euro (0,48) **
Orario di lavoro superiore a 24 ore settimanali 5,07 euro 1,01 euro (0,25) ** 1,02 euro (0,25) **

 

* Il contributo CUAF (Cassa Unica Assegni Familiari) non è dovuto solo nel caso di rapporto fra coniugi (ammesso soltanto se il datore di lavoro coniuge è titolare di indennità di accompagnamento) e tra parenti o affini entro il terzo grado conviventi, ove riconosciuto ai sensi di legge

 

** La cifra tra parentesi è la quota a carico del lavoratore

 

 LAVORATORI DOMESTICI ITALIANI E STRANIERI – 2016

Comprensivo contributo addizionale. Da applicare ai rapporti di lavoro a tempo determinato

RETRIBUZIONE ORARIA IMPORTO CONTRIBUTO ORARIO
Effettiva Convenzionale Comprensivo quota CUAF Senza quota CUAF (*)
Fino a 7,88 euro 6,97 euro 1,49 euro (0,35) ** 1,50 euro (0,35) **
Oltre 7,88 euro e fino a 9,59 euro 7,88 euro 1,68 euro (0,40) ** 1,69 euro (0,40) **
Oltre 9,59 euro 9,59 euro 2,05 euro (0,48) ** 2,06 euro (0,48) **
Orario di lavoro superiore a 24 ore settimanali 5,07 euro 1,08 euro (0,25) ** 1,09 euro (0,25) **

 

* Il contributo CUAF (Cassa Unica Assegni Familiari) non è dovuto solo nel caso di rapporto fra coniugi e tra parenti o affini entro il terzo grado conviventi

 

** La cifra tra parentesi è la quota a carico del lavoratore

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